Se i cambiamenti climatici finiscono davanti al giudice

Stati e opinioni pubbliche sembrano limitarsi a sperare che le cose non vadano poi così male. Ma questo atteggiamento, oltre a essere miope, contrasta con tutti i principi del diritto internazionale. E i casi di contenziosi legati al clima sono in aumento

I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia globale senza precedenti. E lo sono comunque al netto delle incertezze sulle dimensioni dell’aumento di temperatura atteso nei prossimi decenni, come sull’efficacia delle diverse possibili misure per contrastarlo.

Quanto alla gravità della minaccia, gli studi e i rapporti più recenti mostrano le gravi conseguenze di un riscaldamento maggiore di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali.

Le perduranti incertezze sulle dimensioni della minaccia dipendono da molti fattori, tra i quali la ancora troppo ridotta capacità di calcolo dei supercomputer e le difficoltà degli scienziati nel prevedere quale sarà il comportamento complessivo del sistema climatico di fronte all’aumento di temperatura già in corso.

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Sulla scia di queste minori incertezze, sembra quasi che Stati e opinioni pubbliche si limitino a sperare che le cose non vadano poi così male. Ma questo atteggiamento, oltre a essere miope, contrasta con tutti i principi del diritto internazionale, che impongono una visione sostenibile dello sviluppo, tale, pertanto, da non caricare le generazioni future di pesi potenzialmente irreversibili.

Le principali misure di contrasto al riscaldamento climatico sono gli interventi di mitigazione, quelli di adattamento e quelli di ingegneria climatica.

 

Il contenzioso sul cambiamento climatico in Italia

Il contenzioso contro i Governi nazionali sul cambiamento climatico ha occupato negli ultimi anni diverse Corti nazionali, come, ad esempio, in Olanda e nel Regno Unito.

Quanto all’Italia, un caso – annunciato sin dal 2019 – è stato avviato proprio nei giorni scorsi con il deposito dell’atto di citazione. Il progetto si chiama “Giudizio Universale” (https://giudiziouniversale.eu/) e i promotori, rappresentati da stakeholders, centri di ricerca e media indipendenti, lamentano che lo Stato italiano non abbia «adottato misure sufficientemente rigorose per arginare il cambiamento climatico e invertire il processo». In particolare, si sottolinea come l’Italia faccia parte dei Paesi che storicamente sono i maggiori responsabili per le emissioni globali di gas serra. Rispetto al 1990, le emissioni italiane sono state ridotte di appena il 17,4%, mentre già nel 2007 l’Ipcc chiedeva ai paesi sviluppati di ridurre le emissioni del 25-40% entro il 2020.

I promotori sottolineano, inoltre, che la geografia e la topografia del territorio italiano portano a condizioni di estrema fragilità di fronte ai cambiamenti climatici. Alcuni esempi sono Venezia, la Liguria e tutte le regioni che si affacciano sul mare.

I proponenti hanno scelto di non chiedere risarcimenti o altre forme di compensazione economica, ma che lo Stato si adegui a ciò che la scienza richiede per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di +1,5 °C rispetto ai livelli delle temperature medie in epoca preindustriale. Si chiede perciò la condanna dello Stato a realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra per il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima. Si prevede ovviamente che la causa non sia breve.


La mitigazione si riferisce agli sforzi per ridurre o prevenire le emissioni di gas a effetto serra. Mitigazione può significare utilizzo di nuove tecnologie e delle energie rinnovabili, rendere le attrezzature obsolete più efficienti dal punto di vista energetico, o modificare le pratiche di gestione o il comportamento dei consumatori. La mitigazione interviene dunque sulle cause del cambiamento climatico.

L’adattamento interviene invece sugli effetti del cambiamento climatico e consiste in interventi idonei a ridurne, appunto, gli effetti negativi e, ove possibile, a sfruttarne le conseguenze positive: opere idrauliche e irrigue, dighe e barriere, coltivazioni più idonee alle nuove condizioni climatiche eccetera.

Infine, l’ingegneria climatica è l’insieme dei tentativi di contrastare su scala planetaria le cause o gli effetti dei cambiamenti climatici. Si tratta delle tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera e di riduzione della radiazione solare incidente.

La gravità della minaccia è tale che la scelta delle misure non deve risentire di indirizzi meramente ideologici. Tutte le tre menzionate strategie – mitigazione, adattamento, ingegneria climatica – devono agire in sinergia.

Ma il raggiungimento dell’obiettivo dipende solo dagli Stati e dalla politica o può essere aiutato anche dai giudici e dalle sentenze? Le risposte sembrano arrivare da due esempi.

Il primo riguarda un contenzioso sul cambiamento climatico in Italia portato avanti dal comitato “Giudizio Universale” che spinge affinché lo Stato si adegui a ciò che la scienza richiede per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di +1,5 °C rispetto ai livelli delle temperature medie in epoca preindustriale.

Il secondo, invece, riguarda il caso di un tribunale olandese che ha condannato una società petrolifera a tagliare drasticamente le emissioni.

 

Dall’Olanda una sentenza storica

Il 26 maggio 2021 la Corte Distrettuale dell’Aja ha deciso che una compagnia petrolifera dovrà contenere il proprio volume annuo aggregato di emissioni di CO2 in atmosfera. E dovrà farlo in misura tale che tale volume si riduca di almeno il 45% entro la fine del 2030, rispetto ai livelli del 2019.

Il fatto che la lotta al riscaldamento globale richieda “immediata attenzione” giustifica, secondo la Corte olandese, un ordine alla compagnia petrolifera di rendere più stringenti i propri programmi di riduzione delle emissioni.

In attesa degli esiti dell’appello, va osservato che questa sentenza si caratterizza perché l’ordine di rendere più rigidi i piani di riduzione delle emissioni si rivolge ad una grande compagnia petrolifera, e non a un Governo.

Ciò pone evidentemente due specifiche problematiche di natura costituzionale. La prima riguarda la tutela della libertà di impresa, nel quadro ovviamente del necessario rispetto degli obblighi legali. La seconda concerne la parità di trattamento fra le diverse aziende di uno stesso settore, che viene ovviamente messa in crisi quando l’iniziativa giudiziaria viene rivolta a una sola di esse.

Per prepararsi adeguatamente a fronteggiare un possibile futuro scenario giudiziario di questo tipo, le grandi aziende devono costantemente curare il rispetto delle «migliori tecniche disponibili a costi sostenibili»: un concetto previsto da tempo dalla normativa europea, ma destinato a rivestire in futuro sempre crescente importanza.

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