Progettazione e transizione ecologica: un binomio inscindibile

Primo obiettivo: riqualificare il patrimonio esistente. Ma c’è un altro tema da non dimenticare: la realizzazione di alleanze più strette con il settore manifatturiero per poter disporre di prodotti che rispondano a logiche di modularità, assemblaggio e disassemblaggio. A questi concetti dà voce Valentina Porceddu, direttrice «Ricerca e sviluppo» dello studio Mario Cucinella Architects

Progettazione e transizione ecologica.

Perché il ruolo dell’architettura è fondamentale quando si parla di transizione ecologica? Come riuscire a cambiare strada e fare dell’efficienza e del contenimento dell’impatto sull’ambiente i due cardini principali del progetto? Lo abbiamo chiesto a Valentina Porceddu, direttrice R&D (Research and Development) dello studio Mario Cucinella Architects, fra le realtà italiane più attive nella progettazione architettonica che integra strategie ambientali ed energetiche, grazie anche all’intensa attività del dipartimento di R&D interno che sviluppa ricerche sulla sostenibilità seguendo un approccio olistico.

Progettazione e transizione ecologica: l’impatto delle costruzioni

«Su scala globale – dice Valentina Porceddu – il settore delle costruzioni è responsabile del 36% del consumo finale di energia e del 39% delle emissioni di CO2, del 50% dell’estrazione di materie prime e per il consumo di un terzo dell’acqua potabile. Siamo tradizionalmente abituati ad attribuire la responsabilità di questi numeri alla sola fase operativa dell’edificio, concependo il problema in termini di “efficienza”. Se anche questo tema continuerà ad avere un ruolo fondamentale, i progettisti dovranno adottare uno sguardo trasversale all’intero ciclo di vita di un’opera, il cui impatto complessivo viene determinato sin dalle prime fasi di concept».

Progettazione e transizione ecologica
Valentina Porceddu

Progettazione e transizione ecologica: un percorso importante

Fanno parte del percorso progettuale fin dalle sue prime tappe, ad esempio, le scelte relative ai materiali impiegabili, le distanze coinvolte nel loro trasporto verso il cantiere, la possibilità di separare, ed eventualmente recuperare, i componenti a fine vita. «Entro il 2060 si attende il doppio del patrimonio costruito attuale – continua Valentina Porceddu; se a oggi le emissioni derivanti dalla sola produzione e costruzione ammontano all’11% dell’impronta ecologica di un edificio, in futuro l’importanza relativa di queste voci sarà quasi equivalente a quella in fase di esercizio. In un sistema a risorse finite quale quello in cui viviamo, è fondamentale concepire interventi reversibili».

Progettazione e transizione ecologica senza scordare la riqualificazione

La riqualificazione e la prefabbricazione sono due fra gli strumenti più efficaci nel mondo dell’architettura per riuscire a raggiungere l’obiettivo; «la possibilità di riqualificare il patrimonio esistente, incentivando strategie di retrofit su vasta scala, laddove vantaggiose in termini di costi-benefici, e capaci di integrare aspetti tecnici, amministrativi, economici e l’importanza del settore manifatturiero, con il quale è auspicabile costruire alleanze per favorire la produzione off-site, improntata ad una logica di modularità, assemblaggio e disassemblaggio sono soluzioni al problema». A completamento del percorso, la possibilità di potenziare alcune filiere incentrate sull’uso consapevole e virtuoso di risorse naturali, come quella del legno.

Progettazione e transizione ecologica: i criteri fondamentali

In questo contesto, diventa fondamentale fare una selezione su quali siano i criteri fondamentali per cui un edificio si possa definire eco, considerando anche che – di per sé – realizzare edifici non sia un’operazione ecologica nemmeno quando se ne limita al massimo l’impatto. «L’architettura è tuttavia una disciplina che non può essere liquidata in termini di sola performance e- conclude Valentina Porceddu – alla quale dobbiamo gran parte delle caratteristiche, più o meno tangibili, delle città in cui viviamo. Un nuovo edificio si inserisce in equilibri esistenti e ne determina di nuovi, più o meno virtuosi. Consapevoli di questo, è importante tenere conto di due aspetti: il contesto e l’utente. Non esiste un progetto che possa andare bene sempre e comunque, ma un buon progetto dovrebbe in primo luogo saper dialogare e trarre massimo beneficio dallo specifico contesto, in tutte le sue sfaccettature. Inoltre, l’edificio ha la sua ragion d’essere nel momento in cui a viverlo sono le persone, il cui benessere psico-fisico è direttamente influenzato dalla qualità dello spazio in cui vivono».

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