Consenso, coinvolgimento e dialogo: il cambiamento è inclusivo

Le imprese non possono più sottrarsi al proprio ruolo di driver del cambiamento. Anche promuovendo una solida cultura del dialogo con tutti gli stakeholder

Consenso, coinvolgimento e dialogo: il cambiamento è inclusivo. In uno scenario contraddistinto in maniera sempre più netta da una stretta connessione tra sostenibilità e sviluppo economico, le imprese non possono più sottrarsi al proprio ruolo di driver del cambiamento. Anche nel promuovere una solida cultura del dialogo e della partecipazione. Perché indietro non si torna; ma si può procedere solo coinvolgendo tutti i soggetti della filiera. Ne abbiamo parlato con Carlo Cici, Partner e Head of Sustainability Practice di The European House – Ambrosetti (nella foto).

 

Sulla base della vostra posizione a fianco delle imprese, quale potrà essere il ruolo che le aziende (soprattutto le medio-piccole) eserciteranno nella costruzione dell’economia secondo modelli sostenibili e “circolari”?

Ambiente, società e mercati stanno lanciando un segnale inequivocabile: la sostenibilità non è più un’opzione.

Oggi, circa il 68% del PIL mondiale risulta vincolato al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2060 – per un valore complessivo di circa $ 85 triliardi.

L’Europa si è candidata come protagonista di questa rivoluzione e ambisce a diventare il primo continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Ilcome” è stato definito nel 2019 con il Green Deal e ribadito a luglio 2021 con “Fit for 55”, il pacchetto climatico per ridurre le emissioni del –    55% al 2030. Il framework europeo punta a far leva sulla trasparenza per consentire ai consumatori di trainare la transizione con il supporto della finanza.

Alle aziende – PMI in primis – spetterà il ruolo più importante: rispondere in modo adeguato alle pressioni di istituzioni, mercati e grandi imprese capofila che chiedono loro di percorrere “l’ultimo miglio” della transizione adottando soluzioni e modelli di business funzionali ad assicurare il raggiungimento degli obiettivi globali ed europei.

Il potenziale di strumenti quali la Tassonomia europea per la finanza sostenibile o la nuova Corporate sustainability reporting directive (Csrd) potrà essere infatti concretamente scaricato a terra solo se le imprese sapranno dimostrarsi reattive, capaci di far accadere la transizione e in grado di non lasciare nessuno indietro.

 

 

Sempre guardando in prospettiva, i “social cost of carbon” quantificano i danni globali futuri provocati da un’unità addizionale di gas serra rilasciata nell’atmosfera. Quali indicazioni possiamo aspettarci?

Il “social cost of carbon” (SCC) ha raggiunto i 51$ per tonnellata di CO2.

Questo dato invita a riflettere sull’opportunità di redistribuire in modo proporzionale i costi attuali e futuri in base alle emissioni prodotte dai singoli Paesi.

Il SCC può essere letto, infatti, come una misura di quanto la società sia disposta a pagare (e a far pagare alle generazioni future) pur di resistere alla transizione. In assenza di un reattivo cambio di passo, si stima che il climate change potrebbe arrivare a costare al mondo circa $1,7 trilioni l’anno entro il 2025, per poi superare i $30 trilioni l’anno entro il 2075.

Anche per questo, molti ritengono necessario introdurre una carbon tax per penalizzare i Paesi più inquinanti e meccanismi di tassazione sui prodotti di consumo per redistribuire i costi sociali del carbonio su tutta la popolazione. Tali considerazioni, però, sembrano non tener conto dei più recenti dati sulle diseguaglianze globali.

Complice la pandemia, il divario di reddito tra il 10% più ricco della popolazione mondiale e il 50% meno abbiente ha superato il 380%. Eppure, il 50% delle persone più povere produce appena 5 tonnellate di CO2 l’anno, il 10% più ricco raggiunge le 29 tonnellate e l’1% ancora più ricco supera le 89 tonnellate.

Appianare i diversi tipi di diseguaglianza che attraversano il mondo è prioritario per assicurare una transizione giusta ed inclusiva: è fondamentale che i meccanismi di socializzazione del cambiamento non impattino negativamente sull’aumento dei divari globali.

 

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Riepilogando: per mettere in atto un vero processo di transizione sono sufficienti strumenti come il Pnrr e lo sviluppo tecnologico? O servono anche meccanismi partecipativi e di condivisione?

La transizione ecologica è una sfida senza precedenti, di fronte a cui nessuno può farcela da solo. Nemmeno l’Europa, nonostante le ingenti somme mobilitate attraverso il Green Deal e NextGeneration EU.

Il cambiamento richiede consenso. Il consenso richiede coinvolgimento. E il coinvolgimento richiede dialogo – soprattutto quando le scelte da compiere possono generare impatti irreversibili e i loro esiti non possono essere previsti con certezza a priori.

Anche per questo, la crescente esigenza delle comunità locali di prendere parte ai processi decisionali relativi alla transizione sostenibile, combinata a una sempre più diffusa sfiducia nei confronti delle istituzioni, richiede alle aziende di fare un passo avanti e sviluppare una solida cultura del dialogo e della partecipazione. Di fronte a questioni di tale complessità, infatti, “tagliare l’angolo” è impossibile.

Come testimoniato dalla recente campagna vaccinale contro il Coronavirus, senza coinvolgere i portatori di interesse impattati dalle singole decisioni confrontandosi con le loro esigenze è impossibile raggiungere i risultati sperati: informare non basta più.

Se è vero, infatti, che chi intende resistere al cambiamento si trova a priori in una posizione di forza, l’unica alternativa concreta alla coercizione per assicurare la velocità necessaria per il successo della transizione ecologica è rappresentata dalla partecipazione.

In questa fase di trasformazione, ricca di sfide e opportunità offerte anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, non possiamo lasciare che l’incertezza e la sfiducia diffusa mettano a repentaglio la traiettoria di sviluppo delineata. Occorre anzi promuovere un dialogo sempre più intenso con tutti gli stakeholder che giocheranno un ruolo strategico nei processi di transizione ecologica. Solo insieme, infatti, sarà possibile completare la trasformazione di cui tutti abbiamo bisogno con urgenza.

 

 

The European House – Ambrosetti: l’identikit

 

The European House – Ambrosetti è stata confermata 1˚think tank in Italia, 4°nell’Unione europea e tra i più rispettati indipendenti su oltre 11.175 a livello globale nella categoria “Best Private Think Tanks” dell’ultima edizione del «Global Go to Think Tank Index Report» dell’Università della Pennsylvania.

La practice Sustainability orienta e supporta le organizzazioni nel loro percorso di transizione verso modelli di business capaci di creare valore nel tempo e trasformare le sfide ambientali, sociali e di governance, in opportunità. Gli esperti del team progettano interventi su misura in funzione della maturità dell’organizzazione sul tema, del contesto in cui opera e dei suoi obiettivi, anche grazie a modelli proprietari frutto di oltre trent’anni di esperienza e a collaborazioni con partner qualificati.

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