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Una normativa tecnica che unisce

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Una normativa tecnica che unisce
Dal vertice internazionale sugli standard una linea comune: non esistendo un “ordine mondiale legislativo” è possibile ricorrere a un unico referente: l’ISO. Obiettivo: puntare con decisione al 2030. Il punto di vista di UNI

Una normativa tecnica che unisce.

Sotto la presidenza italiana del G20, si è svolto il summit internazionale «G20 Standardisation organisations contributing to sustainability goals», il vertice internazionale sugli standard per le persone, il pianeta e la prosperità.

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UNA NORMATIVA TECNICA CHE UNISCE: IL VERTICE EUROPEO

Organizzato da UNI e CEI, insieme ad altri organismi mondiali (IIC – International Electrotechnical Commission, ISO – International Organization for Standardisation e ITU – International Telecommunication Union), l’evento ha dimostrato e precisato come la normazione tecnica volontaria possa aiutare i governi e le autorità di regolamentazione a trasformare le politiche in azioni concrete, per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda Onu 2030, anche in assenza di una giurisprudenza condivisa a livello mondiale. Abbiamo domandato a Ruggero Lensi (nella foto), ingegnere e Direttore Generale di UNI, di spiegarci come questo summit può favorire la transizione ecologica. «La transizione in sé – spiega Lenzi – non è un problema da affrontare a livello nazionale, ma globale. Dipende infatti dalla capacità dell’intero genere umano di migliore il rapporto con l’ambiente.  Il G20 è come un super governo, che copre l’80% dell’economie della popolazione mondiale, questi 20 Paesi, pertanto, possono davvero influenzare lo sviluppo dell’intera umanità. Ma, a oggi, le leggi valgono a carattere nazionale, tranne che nel contesto europeo, dove di fatto un super Stato legiferante c’è, ma si tratta di un’eccezione.

E, quindi, non esistendo un “ordine mondiale legislativo” quale strada si può percorrere?

Una delle strade è quella già esistente: L’ISO. L’idea in sé è semplice: se L’ISO produce norme utili alla sostenibilità e poi i singoli Paesi, a partire dai 20, cominciano ad adottarle come norme di buona prassi e infine addirittura precettive, con questi stessi strumenti riusciremmo a governare i temi legati alla transizione. Questo è il modello evidenziato al summit. Se conveniamo sulle norme Iso e sui temi legati alla transizione e i governi ne facessero uno strumento di sviluppo e di attenzione, applicato alle imprese, indirizzeremmo il cambiamento, come se tutti avessero la medesima legge. Tutti i 20 istituti di normazione nazionali presenti al G20 italiano hanno aderito alla call to action che chiedeva di riconoscere, sostenere e adottare le norme internazionali, per dare un contributo ai tre pilastri su cui si fonda la presidenza italiana del G20, ovvero “persone”, “pianeta” e “prosperità”. Questo per noi è già un grande risultato.

Questo nell’ottica dell’agenda Onu. E rispetto agli obiettivi fissati a livello europeo per il 2030?

Noi viviamo in un contesto particolarmente sensibile: l’Europa è la zona del mondo che sta facendo da traino a tutte quelle prassi che ambiscono alla sostenibilità ambientale. Questo è possibile, non solo per una particolare sensibilità dei cittadini europei, ma anche perché c’è una forza politica data dalla condivisione, perché c’è una forte sensibilità normativa. Dobbiamo essere consapevoli del nostro ruolo di leadership: sono gli enti normativi europei quelli che riescono a proporre temi e sviluppare norme che trascinino gli altri.

Tornando al summit, quale sarà l’impegno di UNI in questo nuovo impianto normativo internazionale, in chiave di sostenibilità?

Per prima cosa, noi dobbiamo fare un’azione di sensibilizzazione della nostra stessa esistenza. UNI deve rafforzare la sua capacità attrattiva, portare al tavolo la parte migliore del Paese, far diventare universali le good practice delle singole realtà. La costituzione due anni fa della commissione “Economia circolare” ha di fatto portato a compimento una piattaforma di confronto importante, che sancisce anche a livello politico l’importanza di una normazione condivisa. Forti di questo, noi ora dobbiamo attirare le risorse sui tavoli italiani e poi portare proposte concrete sul piano nazionale ma anche europeo. Per farlo, abbiamo bisogno di un ulteriore sostegno da parte del nostro governo: ci piacerebbe che fosse ancora più attento alle possibilità date dalla normazione, mostrando di comprendere a pieno il valore di questo settore e di conseguenza destinando le giuste risorse, che invece al contrario vanno diminuendo. Un esempio è lo sgravio fiscale, che è possibile su tanti tipi di ricerca e innovazione, ma non avviene se l’azienda investe in normazione. Questo la spinge a dirigere altrove il suo capitale.

(Una normativa tecnica che unisce)

 

Entra in gioco la parità di genere

«Noi di UNI – spiega Ruggero Lensi, Direttore Generale dell’ente nazionale di unificazione – riteniamo che non possa esserci alcun tipo ti transizione se non si arriva a una totale parità di genere. Già nel 2019 abbiamo firmato la dichiarazione UNECE «Gender Responsive Standards Declaration» documento elaborato a livello europeo, per dare maggiore potere e valore alle donne, rendendo la parità una realtà a livello pratico, anche attraverso un processo di normazione che punti a realizzare standard attenti alla diversità di genere».
Sul versante interno, UNI sta compiendo sforzi a favore del bilanciamento vita-lavoro, dell’equità delle retribuzioni, delle pari possibilità di carriera. Ma, tema oggi quanto mai caldo, UNI si impegna a studiare e garantire un corretto stile di comunicazione. In linea con la «Carta Deontologica» e l’adesione alla «Gender Declaration», UNI si è attiva contro le molestie e le violenze sui luoghi di lavoro. “Ci impegniamo – conclude Lenzi – perché quote rosa e azzurre siano equamente rappresentate e le persone tutte giustamente rispettate”. (M.L.)

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