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La svolta verde dell’idrogeno

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La svolta verde dell'idrogeno
Via libera a una nuova era? Per incentivarne la produzione, nel Pnrr sono stati individuati circa tre miliardi di euro. Una prospettiva interessante, ma i problemi non mancano

La svolta verde dell’idrogeno

Lo sviluppo di una filiera dell’idrogeno, oltre a consentire una riduzione delle emissioni inquinanti in numerosi settori, potrà garantire all’Italia una graduale riduzione della dipendenza da approvvigionamenti esteri. Il comparto della meccanica – rappresentato da Anima (la Federazione delle Associazioni Nazionali dell’Industria Meccanica Varia ed Affine) – è pronto, con le sue tecnologie, a raccogliere questa sfida.

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LA SVOLTA VERDE DELL’IDROGENO: GLI OBIETTIVI

«Il vero traguardo – sottolinea il presidente di Anima Marco Nocinelli, nella foto – sarà riuscire a inserire questo sviluppo in una visione di lungo periodo, creando un mercato che funzioni autonomamente, senza il bisogno di continui interventi da parte delle istituzioni. Molte imprese della meccanica italiana hanno già da anni iniziato a sviluppare tecnologie per l’uso dell’idrogeno nei processi produttivi, sia in blend sia puro. I settori interessati sono moltissimi, vanno dalle caldaie residenziali ai carrelli ai grandi forni industriali. Nel mezzo, c’è tutta la filiera della componentistica, da sempre un fiore all’occhiello dell’industria italiana nel mondo. Quando dal mercato arrivano segnali così chiari, è difficile non pensare ci sarà una crescita nei prossimi anni. Se vogliamo però che questi sforzi non vadano sprecati sono necessari maggiori investimenti, ma soprattutto una governance più chiara per la creazione di un vero mercato dell’idrogeno italiano».

UN PIANO STRATEGICO

Anima sta collaborando con le strutture governative per mettere a punto un piano strategico e unificare le esigenze delle istituzioni e quelle del mondo industriale, convinta che sia fondamentale portare avanti un lavoro armonico tra le diverse parti interessate per poter raggiungere tutti gli obiettivi posti.
«È necessario – continua Nocinelli – un programma strategico su scala nazionale che fissi obiettivi e tappe concrete fino al 2050 e preveda investimenti e ricerca distribuiti su tutti i comparti interconnessi della filiera. Oggi la grande maggioranza dell’idrogeno utilizzato nel nostro paese è di tipo “grigio” e deriva dal processo di “steam reforming” di gas naturale. Si definisce grigio poiché il processo per ottenerlo libera una grande quantità di anidride carbonica. In Italia viene generalmente prodotto e utilizzato nelle raffinerie e nei processi petrolchimici. Poi, c’è l’idrogeno “blu”, in Italia ancora in fase sperimentale, per il quale è necessario catturare l’anidride carbonica, che può essere poi stoccata e potenzialmente riutilizzata, con un processo detto Cus, “Carbon capture and storage, estremamente interessante per il mondo industriale, perché va a coniugare i benefici ambientali con il riutilizzo di una potenziale materia prima».
Naturalmente, quando si parla dello sviluppo della filiera dell’idrogeno si fa riferimento soprattutto alla produzione dell’idrogeno verde, possibile attraverso il solo utilizzo delle energie rinnovabili. Un combustibile completamente sostenibile, perché già in partenza a zero emissioni. L’unico quindi che potrà contribuire al raggiungimento della neutralità climatica prevista per il 2050.

LA POTENZA DELL’ACQUA DEL VENTO E DEL SOLE

Attualmente, il processo più consolidato per produrre idrogeno verde è l’elettrolisi dell’acqua alimentata con energia elettrica prodotta da eolico e fotovoltaico. Gli elettrolizzatori (o celle elettrolitiche) sono dispositivo elettrochimici in grado di scindere le molecole dell’acqua, separando così l’idrogeno dall’ossigeno.
«Oltre ai tradizionali impianti alimentati con fonti rinnovabili – precisa il presidente Nocinelli – esistono tecnologie che sfruttano digestori di biomassa o reforming di biogas. Anima e i suoi soci stanno puntando molto su questa tecnologia: varie aziende hanno già avviato progetti, da sole o in consorzio, con grandi player italiani dell’energia, con tecnologie legate alla filiera della produzione e stoccaggio di idrogeno, oltre ad aziende che sono già entrate, o stanno entrando, nel mercato direttamente come produttori di elettrolizzatori. Se gli elettrolizzatori come quelli sono conosciuti e utilizzati già da tempo, negli ultimi anni si stanno affacciando sul mercato nuove tecnologie, come Pem, Aec ed elettrolizzatori a ossidi solidi. Il mondo della meccanica italiana è molto interessato a entrare in questo mercato come fornitore di tecnologie lungo tutta la filiera della produzione dell’idrogeno».

(La svolta verde dell’idrogeno)

Gli ostacoli da superare

Il problema dell’idrogeno resta il costo elevato, non sostenibile senza un supporto esterno da parte delle istituzioni. Inoltre, per produrlo con elettrolisi è necessario utilizzare energia elettrica da fonti rinnovabili – e l’Italia, su questo fronte, è ancora piuttosto indietro. Un altro problema è la bassa efficienza di sistema e il footprint perché gli elettrolizzatori sono impianti ingombranti (specie considerando gli impianti ausiliari e lo stoccaggio) e la superficie occupata per Mw diventa ancora più estesa se si considerano le rinnovabili da accoppiare a questi sistemi. Ci sono poi gli iter della burocrazia italiana che spesso rallentano l’autorizzazione e la gestione di grandi impianti solari, parchi eolici on e offshore. Per le aziende risulta quindi molto complesso produrre corrente elettrica autonomamente per ottenere idrogeno. Inoltre, gli elettrolizzatori necessitano di materiali specifici – in particolare terre rare – difficili da reperire. Vincolo che va a compromettere il quadro di indipendenza energetica che si intendeva costruire. (C.P.)

 

 

 

 

 

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