Itticoltura sana come un pesce: la soluzione dell’Università di Trento

Utilizzare modelli di nuova concezione per il ricambio e la purificazione dell’acqua garantisce un minore impatto ambientale e una migliore qualità dei pesci negli allevamenti. Accade a Dunkeld, in Scozia, grazie a una tecnologia innovativa ideata da due ricercatori italiani dell'università di Trento

Itticoltura sana.

È una scoperta importante che potrebbe rivoluzionare il mondo dell”allevamento ittico e arriva dall’Università di Trento. I ricercatori Francesco Parrino e Annachiara Berardinelli, in collaborazione con Hub Innovazione Trentino, hanno realizzato il progetto EIT Food “Sustainable Aquaculture”, utilizzando una particolare tecnica sostenibile per la purificazione dell’acqua basata sulla luce che oggi è già stata proposta con successo ad un’azienda internazionale di allevamento ed esportazione del pesce, la FishFrom Ltd, a Dunkeld, in Scozia.

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ITTICOLTURA SANA: IL PROBLEMA E LA SOLUZIONE

Ma vediamo perché. Più della metà del pesce consumato dal mercato internazionale proviene dall’acquacultura, prevalentemente dagli allevamenti ittici intensivi industriali. Nel 2015, nel solo continente europeo, secondo le stime del WWF, circa un miliardo di pesci sono stati allevati in gabbie subacquee. I pesci sono stipati in spazi ridotti, in molti casi, l’acqua è sporca e inquinata e sono esposti a malattie, infezioni e parassiti. Per porre rimedio, gli allevatori, nella maggior parte dei casi, utilizzano prodotti chimici e antibiotici che possono essere dannosi per l’ambiente marino, per i consumatori e per il benessere dei pesci stessi. «Il problema ambientale e della salute del pesce in gabbie in mare si risolve – afferma il professor Francesco Parrino, titolare del progetto – portando le vasche a terra. Però in questo modo si formano specie chimiche di origine batterica che rendono il pesce di qualità organolettica di gran lunga inferiore. Quindi è necessario un sistema di purificazione dell’acqua efficiente ed economico: qui entra in gioco l’ozonizzazione fotocatalitica».

ITTICOLTURA SANA: COME FUNZIONA

Il sistema di ozonizzazione fotocatalitica riesce a mantenere un’elevata qualità dell’acqua usando la luce solare come fonte di energia rinnovabile. «Alla base – chiarisce Parrino – c’è la proprietà della luce di attivare un semiconduttore che a sua volta innesca una serie di reazioni radicali che portano non solo alla completa degradazione di sostanze inquinanti ma anche all’inattivazione di agenti patogeni quali virus e batteri».

Il sistema è quindi un ottimo alleato per sviluppare un’acquacoltura sostenibile in impianti a terra, con sistemi a ricircolo continuo. In questo modo si salvaguardano gli ecosistemi idrici naturali fluviali e marini, attualmente minacciati da allevamenti intensivi ad alto impatto ambientale e che fanno largo uso di antibiotici. Così i salmoni possono continuare a nuotare e crescere in un ambiente pulito e sano, per il benessere loro e dei consumatori. Il coordinamento organizzativo del gruppo di ricercatori viene messo a disposizione dalla fondazione HIT – Hub Innovazione Trentino che si occuperà anche della promozione dei risultati del progetto in linea con la sua missione di ente per il trasferimento tecnologico dalla ricerca al mercato e catalizzatore di innovazione sul territorio.

ITTICOLTURA SANA: LA TECNOLOGIA

L’ozonizzazione fotocatalitica consiste nell’accoppiamento di due processi di ossidazione avanzata (fotocatalisi e ozonizzazione) che agiscono simultaneamente. Il processo della fotocatalisi si basa sulla capacità di alcuni ossidi semiconduttori di essere attivati dalla luce e di produrre in acqua e in condizioni blande specie altamente ossidanti che distruggono molecole inquinanti e agenti patogeni. In presenza di ozono l’interazione tra ozono e fotocatalisi rende il processo molto più efficiente e allo stesso tempo inibisce completamente la formazione di intermedi di ossidazione tossici.

E ci guadagna anche il conto economico

È possibile ottimizzare il processo accoppiato in modo da renderlo fino al 60% più efficiente rispetto ai due processi agenti separatamente: è questa la chiave del risparmio economico. Inoltre, l’uso di ozono consente l’agglomerazione di solidi sospesi e quindi rende più semplice e ancora più economica la separazione ad opera dei filtri tradizionali.

Il processo, inoltre, non necessita di elevate temperature o pressioni perché si svolge a temperatura ambiente, si basa su energia rinnovabili, il sole, non fa uso di agenti chimici persistenti poiché l’ozono residuo viene minimizzato grazie a precisi calcoli cinetici. Inoltre l’ozono viene trasformato in ossigeno e, grazie alla contemporanea azione della fotocatalisi, non vengono prodotti intermedi di ossidazione tossici. I ricercatori hanno infatti dimostrato che la produzione di bromato, un agente altamente tossico, che si riscontra quando l’ozono agisce da solo, viene inibita dalla fotocatalisi. Quindi questo accoppiamento è green, sostenibile, economicamente e ambientalmente, e senza rischi per la salute dei pesci e dei consumatori. (F.M.)

I protagonisti

Francesco Parrino, è professore presso il Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Trento. Ha conseguito la Laurea in Ingegneria Chimica presso l’Università di Palermo con lode e il dottorato in Chimica Inorganica presso l’Università di Erlangen-Nueremberg (Germania). Si occupa della sintesi e caratterizzazione di materiali fotoattivi per applicazioni fotocatalitiche in campo ambientale e per la sintesi di composti di interesse industriale.

Itticoltura sana
Francesco Parrino

Annachiara Berardinelli, professoressa afferente al Centro C3A Alimenti Agricoltura e Ambiente e al Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Trento, lavora principalmente su argomenti legati ai trattamenti non termici degli alimenti e alla messa a punto di sensori rapidi e non distruttivi per la valutazione qualitativa degli alimenti e per il benessere animale. (F.M.)

Annachiara Berardinelli
Annachiara Berardinelli

 

 

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