Imprenditoria e sostenibilità: tempo di scelte

Le imprese devono capire che nulla sarà più come prima. E che, oggi più che mai, è necessario agire sui modelli di business in modo che diventino intrinsecamente sostenibili

Imprenditoria e sostenibilità: tempo di scelte. La rivoluzione legata alla  transizione ecologica, infatti, aprirà le porte a nuove opportunità che, però, non tutti gli attori saranno in grado di cogliere o vincere. Le imprese, in particolare, devono capire che nulla sarà più come prima. E che, oggi più che mai, è necessario agire sui modelli di business in modo che diventino intrinsecamente sostenibili. Ne è convinto Davide Dal Maso, partner di Avanzi, società che da 25 anni guida e sostiene le imprese e le amministrazioni pubbliche nei processi di cambiamento in questa direzione.

 

I programmi di investimento europei e nazionali hanno al centro la transizione ecologica e uno sviluppo più equo. Questo come si traduce in termini di responsabilità, ma anche di opportunità, per le imprese?

Siamo di fronte a un quadro molto complesso: ciascun gruppo di attori ha un ruolo fondamentale, ma nessuno può raggiungere risultati significativi da solo. La dimensione della partnership è quella che, a mio avviso, più di ogni altra segnerà gli anni a venire. Detto questo, è scontato che il settore privato debba fare la propria parte – e con un impegno molto più significativo rispetto al passato. Le imprese devono capire che nulla sarà più come prima. Nel prossimo decennio, si verificherà un cambiamento molto profondo e, come in tutte le situazioni del genere, ci saranno vincitori e vinti. Le opportunità ci sono, e sono enormi, ma non tutti saranno in grado di coglierle. Chi non saprà innovare è inevitabilmente destinato all’estinzione.

La buona notizia è che ci troviamo in una congiuntura particolarmente favorevole: della necessità di un’inversione di rotta sono convinti tutti, almeno in teoria. Lo sono i governi (come testimoniano le politiche pubbliche a livello internazionale, europeo e nazionale), lo sono le imprese, lo sono le istituzioni finanziarie e, soprattutto, lo sono i cittadini consumatori. Lo sforzo che dobbiamo fare è quello di passare dall’enunciazione di principi (su cui, appunto, siamo tutti d’accordo) ai comportamenti agiti.

 

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Come deve cambiare il modello organizzativo e di business delle imprese che vogliono cogliere la sfida?

Questa è una questione fondamentale: non si tratta più di realizzare azioni di responsabilità sociale; occorre agire sui modelli di business, cioè sulle logiche di creazione del valore. La sostenibilità non può più essere considerata un vincolo alla crescita, ma nemmeno solo un elemento aggiuntivo, che aumenta l’appeal dell’impresa, quasi fosse la ciliegina sulla torta. In altre parole, il punto non è ridurre le esternalità negative, ma generare un impatto positivo. È il core business che deve essere intrinsecamente sostenibile. Un imprenditore dovrebbe chiedersi “quello che faccio contribuisce a risolvere le grandi sfide sociali e ambientali del nostro tempo?”. Se la risposta è no, credo che si debba porre delle domande importanti – ma non per motivi etici, ma perché significa che quel business non sarà più accettato, che verrà a mancare la licence to operate. Oggi chi investirebbe in una nuova impresa che produce automobili? Evidentemente nessuno, e non solo perché è un mercato maturo e chiuso, ma perché è chiaro a chiunque che la mobilità del futuro non può essere basata su mezzi privati individuali, inquinanti e inefficienti. Sarebbe come puntare sui dinosauri proprio quando sta arrivando l’asteroide. Il problema è che l’alternativa non è del tutto chiara. Chi indovinerà la risposta, farà saltare il banco.

 

È possibile dimensionare quanto sia già stato fatto e quanto, viceversa, resti da fare?

Io credo che siamo solo all’inizio. Certo, se guardiamo indietro (e noi ci occupiamo di questi temi da quasi 25 anni), non si possono non registrare dei miglioramenti enormi. Ma la parte di gran lunga preponderante dell’economia funziona ancora secondo logiche novecentesche. I nuovi modelli di business di cui si parlava sono in gran parte ancora sperimentali. Quelli che si sono affermati su larga scala sono pochissimi. Mi rendo conto che questi discorsi possano apparire vaghi e astratti. È naturale, quando si parla di qualcosa che non c’è, di cui si intravvedono solo deboli segnali. Ma sono convinto che il cambiamento sia alle porte e, quando vincerà l’inerzia, si realizzerà in tempi rapidissimi. Per questo è importante assumerne consapevolezza e cominciare a testare nuove formule. Noi di Avanzi organizziamo frequentemente sessioni di induction per i consigli di amministrazione e per il top management delle imprese, perché crediamo che la sostenibilità sia una questione che va affrontata a livello di strategia aziendale. Penso che la prima responsabilità di un amministratore sia quella di assicurare la continuità dell’impresa e oggi la minaccia più grande al raggiungimento di questo obiettivo sta proprio nel rischio di non comprendere il cambiamento in atto. Governare significa prevedere, cioè vedere prima e, quindi, prepararsi per tempo.

 

E poi c’è il rischio del greewashing

Quello c’è sempre stato e oggi è più forte di prima, perché, a differenza del passato, la sostenibilità paga anche in termini di comunicazione. Però, ripeto, qui non si tratta di ammiccare al consumatore per vendere un prodotto in più. Ci sarà chi lo fa e può anche darsi che ci riesca. Ma sono trucchi di breve termine. Qui è in gioco la sopravvivenza del sistema economico. Molte imprese hanno compreso che stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. E far finta di niente non conviene a nessuno.

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