Il post COP26 passa attraverso la riforma dei mercati finanziari

L'accordo ha tracciato la strada per raggiungere gli obbiettivi fissati dagli accordi di Parigi del 2015, ma ha anche posto sfide imponenti.

Il 2021 ha segnato una tappa decisiva nella lotta al cambiamento climatico. La conferenza COP26 ha tracciato la strada per raggiungere gli obbiettivi fissati dagli accordi di Parigi del 2015. Le sfide sono imponenti: l’agenzia internazionale per l’energia stima che la transizione dell’economia mondiale verso le zero emissioni nette costerà almeno 1.000 miliardi di dollari l’anno. Per affrontarle, occorre riformare la governance dei mercati finanziari internazionali ed elaborare una strategia comune, che finanzi e sostenga la transizione attraverso l’azione congiunta dei governi, delle istituzioni multilaterali e del settore privato.

È stato questo il tema dell’incontro “Il mondo dopo COP26: strategie del governo e delle imprese per promuovere la spinta verso il Net Zero e la neutralità carbonica”, organizzato dallo studio legale internazionale DLA Piper, che ha partecipato ai lavori del summit sul clima in qualità di legal services provider.

L’evento, che ha visto la presenza di relatori di primissimo piano, ha messo a fuoco – da un lato – gli aspetti politici di una transizione giusta, segnata da tensioni e dai veti incrociati delle grandi potenze (India, Stati Uniti e Cina) nonché dall’isolamento dei paesi dalle economie più fragili ma più esposti ai danni causati dal cambiamento climatico. Dall’altro, ha delineato le strategie di business che aziende come Enel, Microsoft e Intesa Sanpaolo – in maniera paradigmatica – stanno lanciando per accompagnare il nostro paese in una rinascita sostenibile, digitale e accessibile, in grado di rispondere ai rischi ambientali ma anche alle disparità socio-economiche che ne derivano.

 

Lo scenario

Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto affari internazionali, ha tracciato in poche battute la complessità degli interessi che hanno informato le difficili negoziazioni a Glasgow: «Nel corso di COP26 è emersa ancora una volta la distanza tra Paesi sviluppati ed emergenti quale tema sempre più forte di giustizia climatica. A livello di emissioni attuali, infatti, la Cina è responsabile di circa il 27-28%, gli Stati Uniti intorno al 14%, l’Unione Europea sotto l’8%, tutto il continente africano meno del 4%. L’Africa sconta un grave problema di accesso all’energia, piuttosto che di decarbonizzazione».

Claudia Barbarano, social impact manager di DLA Piper

Non solo, studi recenti hanno stimato il danno economico causato dai cambiamenti climatici sul Pil per i Paesi che compongono due gruppi chiave: i Least developed countries (Paesi meno sviluppati – Ldc) e l’Alliance of small island states (Aosis), nonché per quelli che fanno parte del Climate vulnerable forum (CVF). I dati mostrano che, entro il 2100, alcuni di essi potrebbero subire un calo medio del prodotto interno lordo pari al 64%. Eppure, la drammaticità dei numeri e degli appelli non ha indotto i paesi del G20 ad assumere impegni immediati e concreti sulle perdite e i danni da compensare.

Alle promesse disattese dei Paesi emergenti, si aggiungono le manifestazioni promosse da movimenti globali guidati da giovani attivisti che intendono sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema del cambiamento climatico e sulle sue conseguenze, chiedendo interventi strutturali per affrontare l’emergenza. «In questo contesto» ha aggiunto Alessia Rotta, rapporteuse per l’Italia a COP26 «i Parlamenti sono investiti della funzione cruciale di “dare conto” in maniera trasparente dei provvedimenti che verranno intrapresi e di concentrarsi sulla identificazione di criteri stringenti di misurazione dell’impatto». Solo così, sarà possibile rinsaldare il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini e imprese, costruire un senso di responsabilità diffuso e abbattere negazionismo climatico e refrattarietà al cambiamento culturale.

Misurabilità, accountability e partecipazione democratica, del resto, costituiscono anche gli assi portanti del contenzioso sul clima che sta contribuendo a spostare il baricentro dell’azione climatica dal contesto internazionale a quello interno, dove i giudici nazionali vengono chiamati a pronunciarsi sui ricorsi presentati da comuni cittadini e ONG volti a contestare l’azione o la mancata azione dei governi in materia di clima. «Con la causa “Giudizio Universale”, incardinata lo scorso anno, anche in Italia si inaugura una strategia di difesa cittadina per la giustizia climatica» ha spiegato Barbara Pozzo, ordinario di diritto comparato e Observer di COP26 per Fondazione Lombardia per l’Ambiente. «Per l’Europa a oggi il punto di riferimento resta Urgenda, un’associazione ambientalista olandese rappresentativa di oltre 900 cittadini, che ha intentato – vincendola – una disputa legale contro lo Stato, ritenuto responsabile di non impegnarsi efficacemente nella riduzione delle emissioni dei CO2».

 

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Le azioni

Guardando al nostro paese, tre sono gli aspetti imprescindibili: tecnologia, semplificazione degli iter autorizzativi e investimenti.

Secondo Silvia Candiani, Ceo di Microsoft Italia «Il digitale resta il key enabler per la definizione di standard condivisi volti a quantificare gli impatti ambientali e sociali di tutte le attività di impresa. Senza la misurazione sarà infatti impossibile realizzare un vantaggio competitivo degli operatori più virtuosi, innescando meccanismi di premialità economica e finanziaria».

Sul secondo punto Nicola Lanzetta, direttore Enel Italia, ha evidenziato: «Nel nostro ultimo piano strategico abbiamo triplicato gli investimenti in Italia per la transizione energetica puntando su tre linee di azione: sviluppo di nuova capacità rinnovabile, reti intelligenti ed elettrificazione dei consumi. Sono soluzioni indispensabili ma di difficile attuazione se pensiamo che la realizzazione di una sola colonnina di ricarica elettrica comporta un iter burocratico di 120 giorni».

Sul fronte della finanza climatica, la sfida è rappresentata non solo dalla riduzione a zero delle emissioni dirette dei grandi gruppi bancari, ma anche e soprattutto dal taglio delle emissioni legate ai propri portafogli di finanziamento. «Oltre al sostegno finanziario» ha rimarcato Elena Flor, responsabile ESG & Sustainability Intesa Sanpaolo «prevediamo percorsi formativi e laboratori ESG per accompagnare le piccole e medie imprese nell’elaborazione di strategie che rendano davvero “sostenibile” la transizione».

A quest’ultimo proposito, è fondamentale interconnettere tutti i livelli del sistema economico-finanziario, stimolando da un lato un approccio bottom-up alla transizione e, cioè, offrendo ai singoli investitori, ovunque essi si trovino, maggiore trasparenza riguardo alle ricadute sul clima dei loro investimenti e partecipazioni. Dall’altro, bisogna che imprese, politici, istituti finanziari, mondo accademico, avvocati lavorino insieme a una riforma complessiva dell’architettura finanziaria internazionale che sostenga gli Stati, unificando gli sforzi per una just transition e portando ordine al mosaico di iniziative per la lotta al cambiamento climatico.

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