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Biomasse a regime ridotto

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Biomasse solide
I vantaggi più importanti sono due: il riutilizzo degli scarti secondo il modello dell’economia circolare e la programmabilità. Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna considerare che si tratta dell’ultimo anello del processo di lavorazione del materiale raccolto dalle attività di manutenzione di boschi o campi agricoli. Ma per sfruttare appieno le potenzialità offerte occorrerebbe una politica lungimirante che al momento sembra latitare

Biomasse.

Indipendenza energetica del nostro Paese (e forse anche di tutta l’Unione europea), abbattimento degli inquinanti, fine della pressione sulle fonti non rinnovabili: ecco che cosa possiamo sperare di ottenere se aumentiamo l’apporto di energia elettrica prodotta a partire da biomasse solide. Anche in Italia la tecnologia c’è, cosa manca allora? Ce lo spiega il presidente dell’Associazione Energia da biomasse solide, Antonio Di Cosimo (nella foto)

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Come possono essere definite in due parole le biomasse solide?

Sono la parte biodegradabile del materiale derivato dalla manutenzione dei boschi e delle attività agricole e agroindustriali. Per la produzione di energia elettrica, il settore attinge

principalBiomasse solidemente dalla manutenzione boschiva e dalle attività di lavorazione dei prodotti agroalimentari e forestali, come le potature, dai sottoprodotti lignocellulosici come la paglia, dalla biomassa vergine ottenuta dalla lavorazione del legno (esclusa dal regime dei rifiuti) e in minima parte da colture dedicate agricole e forestali. Due esempi di sottoprodotti legati ai settori vitivinicolo e oleario sono le vinacce esauste, residuali al ciclo produttivo della distillazione, e le sanse residuali dalla molitura dell’olio.

 

Quali vantaggi possono portare, in generale e rispetto ad altre soluzioni green?

I vantaggi più importanti sono due: il riutilizzo degli scarti secondo il modello dell’economia circolare e la programmabilità. Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna considerare che le biomasse solide sono l’ultimo anello del processo di lavorazione del materiale raccolto dalle attività di manutenzione di boschi o campi agricoli. Si tratta della parte biodegradabile, non riutilizzabile, di cui gli operatori del settore sostengono il costo, offrendo in questo modo un sostegno economico agli enti pubblici e un servizio che riduce al minimo rischi idrogeologici o di incendi. La programmabilità è l’altro fattore specifico. A differenza di altre fonti intermittenti, gli impianti a biomasse solide contribuiscono in modo significativo alla stabilità della rete elettrica nazionale. La biomassa solida è l’unica fonte energetica tra le rinnovabili in grado di garantire una continuità di esercizio per oltre 8 mila ore l’anno. Un servizio fondamentale che un tempo era esclusivo appannaggio degli impianti termoelettrici tradizionali a fonti fossili e che oggi potrebbe essere ottenuto con un impatto ambientale estremamente ridotto, perché il combustibile costituito dalle biomasse solide, a differenza del gas naturale e dei derivati del petrolio, è biodegradabile e di natura rinnovabile.

Qual è oggi la situazione nel nostro Paese? Quali modifiche normative sarebbero necessarie?

Oggi il comparto vive una situazione di stallo che perdura da anni, nonostante i benefici che conferirebbe al sistema energetico del nostro Paese, anche in funzione della sempre più necessaria indipendenza energetica dall’estero. L’Associazione EBS attende che siano rispettati gli impegni contenuti nell’articolo 24 del decreto 28 del 3 marzo 2011. La norma ha rinnovato il sistema di incentivazione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, prevedendo anche la graduale sostituzione del sistema di mercato basato sui certificati verdi. La scadenza per il rinnovo dei contributi al settore fissata dal decreto era il 2012, ma, a distanza di dieci anni, non sono stati compiuti passi avanti. Oltretutto, la quota di produzione di energia prodotta dagli impianti da biomasse solide è stata conteggiata ai fini del Pniec che recepisce gli obiettivi Ue definiti nella direttiva Red II, verso la transizione ecologica. Il mancato rinnovo dei contributi al settore genererebbe un ulteriore gap su questi traguardi di sostenibilità ambientale.

Dal punto di vista produttivo, quali sono le difficoltà che si incontrano?

L’incertezza normativa causa l’impossibilità di pianificare investimenti per realizzare nuove installazioni. In conseguenza di ciò, già dal 2023 si spegneranno i primi impianti e questo accadrà nel momento in cui il contributo delle rinnovabili sarà più necessario per il raggiungimento degli obiettivi europei di sostenibilità al 2030. Se l’approccio governativo fosse lungimirante e adottasse misure di lungo periodo per favorire l’autonomia energetica, il contributo delle biomasse solide potrebbe raddoppiare nei prossimi tre-cinque anni, arrivando fino a oltre otto mila GWh, con un conseguente risparmio di oltre 1,5 miliardi di metri cubi di gas e una riduzione delle emissioni pari a tre milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

L’identikit

L’associazione EBS rappresenta i principali produttori di energia elettrica da biomasse solide e raggruppa 15 operatori e 18 impianti di taglia superiore ai cinque MW su tutto il territorio nazionale. La capacità complessivamente installata, di oltre 300 MWe, genera una produzione elettrica annua superiore ai 2.100 GWh, impiegando circa 2,5 milioni di tonnellate di biomassa solida, di cui più del 90% prodotta in Italia. EBS rappresenta oltre il 50% della produzione elettrica da biomasse solide e quasi la totalità se si considerano gli impianti di taglia superiore a cinque MW (secondo i dati 2020 del Gse, in Italia la produzione di energia elettrica da biomassa solida è di circa 4.200 GWh). Tra gli obiettivi dell’Associazione, c’è quello di rappresentare e tutelare lo sviluppo di tutte le imprese aderenti operanti nel settore della produzione di energia da fonti rinnovabili, nonché lo studio e la ricerca relativa alle biomasse solide e alle tecnologie a esse collegate.

 

 

 

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